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lunedì 24 settembre 2012

«Mi aspetto un Daspo a Cellino»


IL ROMANISTA (M. MACEDONIO) - E’ come sempre un’analisi lucida e puntuale quella che l’avvocatoMario Stagliano, anche in qualità di ex vice capo dell’ufficio indagini della Figc, fa di quanto accaduto alla vigilia di Cagliari-Roma, e che ha determinato l’impossibilità di disputare l’incontro, in programma ieri alle 15, a porte chiuse, allo stadio Is Arenas di Quartu Sant’Elena.
«Per quanto riguarda il profilo sportivo – sostiene l’avvocato – è la prima volta che si verifica un fatto del genere. A mio parere, ci sono aspetti della vicenda che vanno sottolineati. Cominciamo col dire che nel momento in cui ci si iscrive ad un campionato, si deve dichiarare su quale campo si disputeranno le proprie partite. Da quanto so, il Cagliari lo ha fatto indicando lo stadio di Trieste. Mi risulta poi che, dietro autorizzazione della Lega, è stato possibile, anche alla luce di quell’indicazione, che le partite potessero essere disputate, sia pure a porte chiuse, su questo campo alla periferia di Cagliari. E’ stato così per l’incontro con l’Atalanta, e lo sarebbe stato anche per quello con la Roma. E fin qui, tutto chiaro e lineare. Non ci siamo invece nel momento in cui le autorità preposte – ovvero l’Autorità di Vigilanza competente per la provincia di Cagliari e l’Osservatorio antiviolenza presso il Ministero degli Interni – non danno l’autorizzazione all’accesso del pubblico in un impianto che, per ragioni che ignoro ma che coloro che hanno la competenza avranno ben valutato, non ha i requisiti per ospitarlo, e a questo fa seguito qualcosa che non saprei nemmeno come definire se non una scheggia impazzita. Mi riferisco al comunicato di sabato da parte del Cagliari, che ha messo il Prefetto di fronte ad una situazione nuova. Da qui la valutazione che non vi fossero più le condizioni per far disputare la gara, e la conseguente decisione di non farla giocare. Apparentemente, sembrerebbe un intervento dell’Autorità in tema di pubblica sicurezza, da cui le classiche “cause di forza maggiore” che determinano il rinvio ad altra data. In realtà, il tutto è stato originato dalla “scheggia impazzita” di Cellino.
Tali motivi di ordine pubblico, infatti, non vi sarebbero mai stati se il presidente del Cagliari non avesse detto ai propri tifosi di andare comunque allo stadio, con il biglietto o l’abbonamento, a vedere la partita. E’ evidente che il Prefetto non ha potuto non adottare sabato sera il provvedimento che sappiamo. In questo caso è infatti applicabile il numero 1 dell’articolo 17, che dice che “la società è ritenuta responsabile, anche oggettivamente, di fatti o situazioni che abbiano influito sul regolare svolgimento di una gara, o ne abbiano impedito la regolare effettuazione”, punendola con la perdita della gara. A mio modo di vedere, è pacifico che si dovrebbe – uso il condizionale, perché con la giustizia sportiva è sempre, assolutamente doveroso – applicare quanto detto. Questo per quanto riguarda l’aspetto strettamente sportivo. A cui mi sento comunque di aggiungere una riflessione: se un tifoso accende un fumogeno o scavalca una recinzione, si prende un Daspo, come minimo di tre anni. Normalmente. Mi aspetto quindi che - sotto il profilo amministrativo, poiché penalmente non vedo nulla di rilevante – il Questore di Cagliari firmi stasera un Daspo nei confronti del presidente Cellino.
Il Codacons intende presentare un esposto per istigazione a commettere un reato? Ne prendo atto. Quanto all’informativa che la Questura ha inviato alla Procura della Repubblica riguardo all’invito del Cagliari ai propri tifosi, è chiaro che debba essere presa in considerazione, anche perché trattandosi di una struttura amministrativa, ha l’obbligo di segnalare quanto accaduto al fine di valutare se vi sia stato reato o meno. Per quanto riguarda la Roma, ritengo che al preannuncio di ricorso farà seguire il reclamo vero e proprio, da inviare per gli atti al giudice sportivo. Che potrebbe non decidere domani (oggi, ndr), perché ove non disponesse ancora di tutta la documentazione, potrebbe chiedere alla procura federale di fare un’indagine su quanto accaduto, e quindi sospendere la decisione. Così come, se entro domani, per vie ufficiali – dall’arbitro al Prefetto – dovesse invece acquisire tutti i documenti, potrebbe già decidere. E qui le possibilità sono due: o la sconfitta a tavolino o il rinvio della gara ad altra data. Di certo, trattandosi di una decisione, quella del Prefetto, che scaturisce soltanto dal comportamento del presidente del Cagliari, non adottare la prima soluzione creerebbe un precedente gravissimo. Penso infatti che se ad impedire la partita fosse stata una manifestazione dei lavoratori del Sulcis, che forse avrebbero anche i loro buoni motivi per farlo, avremmo potuto parlare di cause di forza maggiore. Ma, come detto, non è certo questo il caso».

giovedì 20 settembre 2012

E’ assolto, ma viene daspato!


IL ROMANISTA (D. GALLI) - E due. Qualche mese fa un tribunale aveva assolto Valerio annullandogli il daspo, ma la Questura di Roma lo aveva mantenuto, costringendo il Tar a imporsi, ad annullare il diktat e a rimproverare «l’Amministrazione», e cioè la Questura, per «non aver correttamente operato». È risuccesso. Un tribunale ha assolto Edoardo «per non aver commesso il fatto», ma la Questura non gli ha tolto il daspo. Glielo ha ridotto. Invece di due anni, dovrà stare lontano da tutti gli stadi d’Italia per sei mesi. Uno sconto. Nel provvedimento della Questura si legge che «il divieto di accesso alle manifestazioni sportive (in arte il daspo, ndr) è una misura di prevenzione e, come tale, non è legata alle risultanze dell’azione penale». In pratica - ma questo è un problema di civiltà giuridica, non di questa o quella Questura - a San Vitale dicono: il sistema ci permette di decidere autonomamente. Complimenti. Al sistema, ovviamente. Si chiama Edoardo. È un ragazzo, ha vent’anni e, per la cronaca,«è un soggetto del tutto incensurato e privo di precedenti anche solo di polizia in relazione a fatti commessi in occasione di manifestazioni sportive». Non sono le parole del suo avvocato, ma quelle del giudice della V sezione penale del Tribunale di Roma, Daniele Carlino. Il magistrato non le pronuncia. Le riporta nella sentenza di assoluzione.
È il 18 gennaio, la partita è Roma-Milan. Coppa Italia Primavera.Semifinali. Edoardo non è un ultras. Non perché farne parte sia motivo di disonore (anzi), ma agli occhi della società, dei mass media, dei benpensanti, è all’interno del cerchio della fiducia. Il bengala che gli piove vicino non è roba sua. Lo prende con due dita e lo getta vita. Perché soffre d’asma. «Asma bronchiale», per la precisione, per restare ai fatti, ai documenti, alla verità così come è stata cristallizzata nella sentenza (di assoluzione, meglio tornare a sottolinearlo). Ecco cosa scrive il giudice:«Avendo problemi di asma bronchiale (come si può evincere dal certificato medico che è stato prodotto) era rimasto fortemente infastidito dal fumo. Aveva quindi preso in mano il fumogeno per un momento al solo fine di gettarlo in un posto più lontano da lui»Ci sono due testimoni che depongono in favore di Edoardo. Per uno, «era stato un ragazzo che si trovava sulla sinistra di Edoardo ad accendere il fumogeno»; per l’altro, «Edoardo era rimasto infastidito dal fumo di colore rosso e aveva raccolto il fumogeno al solo fine di gettarlo più lontano, dove non erano presenti persone».
Per il magistrato basta e avanza. Edoardo è innocente. Ma la Questura sposta l’attenzione su un altro aspetto. Sarà pure innocente, replicano a San Vitale, però è pericoloso. Pericoloso? Già, perché Edoardo «ha confermato di aver tenuto in mano un artifizio pirotecnico». Certo, per allontanarlo. Niente da fare, la punizione resta, anche se ridotta a sei mesi. Per cancellarla servirebbe un ricorso al Tar del Lazio. Un altro. Come per Valerio. Solo che farlo costa 600 euro solo in marche da bollo. E non sempre un ragazzo di vent’anni può pagare il prezzo di quella che ritiene, e non solo lui, una palese ingiustizia.